Mi dolgon fanciullo

Matita e oro su carta
cm 21.5 x 22.7
Anni '20

NOTE:
Firmato con sigla dell'artista.

A sinistra "MI DOLGON, FANCIULLO, LE PENE CHE PIÙ NON MI DAI. M.SARFATTI" 

L'opera è stata realizzata per Margherita Sarafatti in memoria del figlio, caduto durante la Prima Guerra Mondiale

PUBBLICAZIONI:
A. Wildt, Wildt, Bestetti e Tumminelli, Milano, 1926, ill. pag. 68

PROVENIENZA:
Collezione Botta, eredi Wildt



Il dolore e il suo archetipo

Quattro donne dolenti, una con un infante in braccio, emergono da un nero indistinto, come ritagliate sul fondo bianco da una linea continua e nitida. Il loro è l’archetipo del dolore umano, quello che il cuore e la mente tengono lontano come un punto di non ritorno. Il dolore della madre per la morte del figlio.
E oltre. Per la morte dell’unico figlio.
Sopra di loro, il corpo di un giovane senza vita, diviso a metà dalla linea esile di un arbusto dalle poche foglie, che crea una croce. Non è solo questo simbolo, insieme alle aureole dorate, a ricordarci che siamo in presenza del Cristo. È quel dolore, che il Cristianesimo ha interpretato come divino, ma che ogni essere umano riconosce come assoluto, a riportarci a un evento religioso particolare ma anche universale. Tanto che Adolfo Wildt, in questo disegno presentato da Studio Guastalla, lo mette in scena in un’opera dedicata al dolore di Margherita Sarfatti, regina dell’arte italiana tra le due guerre, ebrea, per la morte del giovane figlio in guerra. Come Asher Lev (protagonista di un famoso romanzo di Chaim Potok), pittore ebreo che sconvolge la sua comunità dipingendo la Crocifissione, perché non trova un’immagine altrettanto archetipica per raffigurare il dolore, anche per Margherita Sarfatti il dolore assoluto prende le forme del dramma cristiano. Che torna umano, troppo umano nelle parole di questa madre: “Mi dolgon, fanciullo, le pene che più non mi dai”.


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