Griffa – La divina proporzione n. 045a

Acquarello su carta
cm 30.5 x 45.5

2009

 

NOTE:
Autentica dell’artista su fotografia

ESPOSIZIONI:
2010-’11, Milano, La divina proporzione, Studio Guastalla Arte Moderna e Contemporanea, ill. in cat. pag. 54

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Pittura e memoria
Se ci chiediamo il senso di queste linee di Giorgio Griffa dobbiamo pensare, più che a una rappresentazione, a una partitura, in cui i segni si susseguono nel tempo di un’esecuzione musicale.
“Io non rappresento nulla, io dipingo”. Con questa frase Griffa spiegava più di cinquanta anni fa il senso del suo lavoro di pittore, che aveva appena abbandonato la figura, ma non aveva scelto né l’astrazione né l’informale. Griffa piuttosto abbandona la sua mano alla memoria millenaria della pittura, facendo un passo indietro: non più deus ex machina dell’opera, né sciamano che vi entra dentro come nell’action painting. Lascia piuttosto che i segni si inseguano sulla tela narrando il loro divenire. E’ figlio dell’astratto e dell’informale sicuramente, perché i suoi segni non passano attraverso la soglia della figura, ma scompare la gerarchia tra l’artista e la pittura al suo servizio. Il rapporto diventa paritetico: è la mano del pittore al servizio della pittura. Il divenire si condensa sulla tela anche attraverso i gesti casuali di chi la piega, e lascia segni che sedimentano il tempo. La pittura diventa il luogo degli spazi della memoria.

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