Femme au fauteil

Acrilico su stoffa e passamanerie su tela
cm 130×97
1966

NOTE: firmato in basso a sinistra;
PROVENIENZA: Galerie Mayer, Bruxelles; Johannes Wasmuth, Rolandseck; Collezione privata, Italia.
ESPOSIZIONI E PUBBLICAZIONI: Klaus Grunewald, Baj, Galerie Mayer, Bruxelles, 1967, ill. in cat. n.16; Catalogo generale Bolaffi dell’opera di Enrico Baj, a cura di Enrico Crispolti, Edizioni Bolaffi, Torino, 1973, ill. in cat. n. 1254.

Scopri il video dell’opera (clicca sul link con il tasto destro del mouse e “apri link in un’altra finestra”) https://youtube.com/shorts/m3zCCX4eglo?feature=share
Oggi voglio presentarvi un artista, Enrico Baj, che ha saputo parlare di argomenti serissimi, a volte anche molto drammatici, con lo sguardo leggero di un bambino, ed è un’esperienza che ho fatto in prima persona perché nella casa in cui cono cresciuta con mio fratello Ettore c’erano varie opere di Baj, dato che nostro padre lavorava con l’artista, e una in particolare riusciva sempre a strappare un sorriso stupito anche ai nostri amichetti perché era fatta con i mattoncini del Lego. Naturalmente tutti pensavano sempre che fosse una nostra opera e cercavano anche di staccare qualche mattoncino, cosa che probabilmente è anche successa. Anche in questa opera, Femme au fauteil, Donna sulla poltrona, vediamo che gli elementi del viso, del corpo, sono realizzati con oggetti trovati in casa, forse anche addirittura dei giocattoli, come queste rotelle dipinte. Qui abbiamo un naso fatto con una spoletta di filo, dei capezzoli realizzati con passamaneria, così come il fondo è una stoffa da tappezziere, il braccio e la mano sono disegnati con un gesso, come farebbe un bambino per terra.
Il suo modo di giocare, proprio come quello dei bambini, non ha niente di superficiale: con le sue figure deformi e grottesche realizzate con oggetti domestici Baj rivela la violenza del potere costituito, l’ottusità di chi idolatra cariche e ruoli, la vanità del conformismo sociale. Attraverso il meccano ci ricorda, già cinquanta anni fa, quanto la nostra immaginazione e la nostra unicità siano a rischio in un mondo sempre più automatizzato. La sua ironia dissacrante, erede del surrealismo, è sempre, politicamente, diretta e demistificare il presente e i suoi mostri.

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