FOOD

31/05/2006 - 22/07/2006

Studio Guastalla
Via Senato 24, 20121
Milano

Orari
Dal martedì al sabato

10-13 e 15-19


Renato Mannheimer presenterà in esclusiva, durante l’inaugurazione, i dati della sua ricerca sugli italiani e il cibo, e illustrerà i nessi tra le opere esposte e la passione per il mangiare e il bere bene.


Elemento necessario alla sopravvivenza, il cibo è per l’uomo al centro di una ragnatela di complessi significati simbolici. L’animale si nutre, mentre l’uomo mangia, e non si accontenta di consumare gli alimenti, ma li pensa: assimilandoli fa spazio dentro di sé al mondo esterno, quindi ciò che assume trasforma la sua soggettività.
L’identità vien mangiando, si potrebbe dire, e infatti il paradosso dell’alimentazione umana è che l’uomo, onnivoro in teoria, in realtà fonda la sua identità di individuo, di gruppo sociale, etnico, religioso, sui cibi che volontariamente esclude.
Il primo scenario di questa esclusione è certamente quello religioso, che fa riferimento al sacrificio: memoria del sacrificio umano sublimato nel tabù del cannibalismo, senso di colpa per la violenza nei confronti di altre creature mitigata dalle prescrizioni in fatto di macellazione, di divieto di cibarsi di certi animali, o di cibarsene tout court.
Regole che possono sembrare arcaiche e ormai superate nel loro rigore. Eppure la cultura contemporanea occidentale impone regole e valori, in fatto di cibo, altrettanto rigorosi e selettivi: tra vegetariani, cultori del biologico e dei prodotti locali e d’origine garantita, adepti di diete che bandiscono abbinamenti di cibi imposti invece da altre, ormai il bon ton di un invito a cena impone di informarsi sulle abitudini degli ospiti.
Il cibo è fonte di distinzione sociale: presentato come opera d’arte minimalista arriva a perdere il legame con la fisicità, mentre  chi si nutre di cibo spazzatura o chi non riesce a controllare il proprio peso è condannato all’ostracismo.
Mai come negli ultimi anni, del resto, cinema e letteratura hanno sottolineato l’importanza del cibo e del suo legame con erotismo e sessualità.

L’arte ha da sempre avuto un rapporto fortissimo con il cibo, cogliendone, spesso con ironia, la complessa rete di rimandi e di significati. Dai mosaici romani a “pavimento non spazzato”, con i resti del banchetto caduti a terra fissati nel marmo, alle nature morte seicentesche amate dalla borghesia e stigmatizzate dalle accademie proprio perché raffigurano la materialità del cibo, dall’immagine pubblicitaria della Cambpell soup di Andy Warhol alle installazioni di Spoerri che trasforma in opera d’arte i resti di una cena tra amici, dal diario in cui una giovanissima Vanessa Beecroft registra quotidianamente ogni cibo ingerito alle figure allegramente obese di Botero, dai panini calcificati nel caolino di Piero Manzoni all’alimentazione in pillole della Pharmacy di Damien Hirst, il cibo è uno dei temi centrali dell’arte.
L’ironia è il filo conduttore della mostra FOOD. Le opere esposte, dalla “ciliegia transgenica da cocktail” (Lounge) di Michele Chiossi al grande libro di Emilio Isgrò con una lisca di pesce e l’invito a mangiare pesce mediterraneo perché contiene più fosforo, dalla “poesia per la sopravvivenza” di Christian Tobas, con la pastina a forma di lettere dell’alfabeto, pronta per scrivere versi ma anche per andare all’occorrenza in tavola, dalla tavola imbandita di Chagall con mucche e maiali in miniatura serviti sui piatti di portata ancora interi, al décollage di Rotella con un pomodoro (Per l’insalata), la mostra non ha messaggi né risposte. La parola è lasciata agli artisti, allo loro “leggerezza”, al loro spirito sottile, capace di smontare intolleranza e diffidenza nei confronti di chi mangia diversamente da noi.



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